UN SUCCESSO DELL'AVV. DALLA CHIESA PER L'ANMIL CON LA SENTENZA A FAVORE DEL LAVORATORE GRAZIE ALLA TESTIMONIANZA DI UN COLLEGA CONTRO IL DATORE DI LAVORO.

 


Per informazioni: tel. 06 54196238/265 - fax: 06 5402248 - email: studi@anmil.it

 

 

 

 

Il commento della vicenda raccontato dal legale Mauro Dalla Chiesa

 

A molti lavoratori è toccato imparare sulla propria pelle che, dopo aver subito un infortunio, ci si trova spesso di fronte a un datore di lavoro il quale, anzi che farsi carico delle proprie responsabilità, è disposto ad inventarsi le storie più strampalate sulla dinamica del sinistro pur di rigettare ogni tipo di addebito.

E allora si va al muro contro muro: la versione dei fatti della vittima contro quella del datore.

A questo punto, il Giudice per decidere chi abbia ragione non può fare altro che vagliare la credibilità dei dichiaranti e l’attendibilità delle contrapposte versioni dei fatti.

A tale ultimo fine sono spesso decisive le dichiarazioni dei testimoni.

Il problema è che quasi sempre gli unici a poter riferire informazioni utili sono altri dipendenti: il rischio è che questi, per paura di perdere il posto di lavoro, si uniformino alla versione datoriale.

Fortunatamente altre volte queste paure vengono sconfitte.

Questo è ciò che è accaduto, ad esempio, in un recente processo penale celebrato davanti al Tribunale di Verbania. Il datore di lavoro, imputato di lesioni personali colpose, sin dalla denuncia di infortunio all’INAIL aveva tentato maldestramente di discolparsi, fornendo una versione del sinistro totalmente inventata.

Gli si contrapponeva ovviamente la versione della persona offesa, che, pur avendo un interesse proprio rispetto all’esito del processo, essendosi costituita parte civile, già risultava maggiormente credibile alla luce delle risultanze degli accertamenti svolti dallo SPRESAL sulla macchina che stava utilizzando al momento del sinistro.

La decisiva smentita della versione datoriale è però arrivata dalla testimonianza di un altro lavoratore, che aveva riferito che l’imputato, al momento dell’incidente, non si trovava affatto presente in loco: ergo, la sua versione dei fatti non poteva che essere un’invenzione.

Sbugiardato dai propri dipendenti, l’imputato è stato naturalmente condannato, sia penalmente che al risarcimento dei danni.

C’è però da segnalare che, nonostante la sentenza favorevole, la vittima non ha ancora incassato un solo euro del risarcimento che le è dovuto.

Si tratta del solito problema legato alla facoltatività dell’assicurazione contro la responsabilità civile per gli infortuni sul lavoro, una delle battaglie storiche dell’ANMIL, già oggetto di numerosi interventi.

Molte volte l’assicurazione è decisiva per passare dalla giustizia su carta – quella scolpita nelle sentenze – alla giustizia sostanziale.

Il condannato ha già chiuso la società e non risulta intestatario di alcun immobile.

Se a ciò si aggiunge che, nonostante la plateale menzogna, la sanzione penale inflitta è stata sospesa in via condizionale, è agevole capire che, oltre ad aver subito un danno alla salute, l’infortunato si sente anche beffato.