Rapporto ISTAT 2010, l'ANMIL commenta i dati sulla condizione della donna impegnata nel doppio ruolo di casalinga e lavoratrice


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Il Rapporto ISTAT (per il 2010) è un appuntamento rituale ed occasione per riflettere, progettare il futuro per fare i conti con il mondo che tutti abbiamo costruito.
I dati sono negativi e le previsioni deprimenti e fosche, soprattutto se esaminate in controluce con la condizione dei giovani che abbandonano gli studi, non trovano lavoro (almeno quello regolare), non lavorano e con la persistente stagnazione produttiva. Resta la speranza, però, legata al fatto che si tratta di dati e fenomeni che possono migliorare come già è accaduto in passato con opportune ed dolorose politiche economiche e sociali, visto che, oltretutto, altri Paesi sono usciti da analoghe criticità con migliori prospettive e vorrei dire maggiore baldanza.
La speranza, però, continua a non lambire - nella lettura del Rapporto - l’universo femminile nel suo complesso e nei segmenti in cui si scompone: le donne che lavorano (fuori casa), le casalinghe; le giovani e le madri; le madri e le donne anziane, le nonne, le cittadine e le straniere con il loro esercito di badanti.
Tanti segmenti, tante storie diverse fra loro, accomunate dalla fatica di esser donne, dal cinismo con cui il sistema, le donne stesse fra loro, riescono a sfruttare la condizione femminile: sfruttamento sempre e comunque, quale che ne siano le forme e le dimensioni nel susseguirsi delle varie realtà storiche, economiche e sociali.
Tutto questo accadeva in epoche lontane e più recenti; si registra ancor oggi, pure laddove servono proprio le donne anche nei gangli più critici nel sistema produttivo e di governo del Paese: non se ne può fare a meno perché capaci ai più alti livelli di responsabilità, ma allo stesso tempo non si intende, o forse non si può come diremo, mettere in discussione il nucleo centrale del problema, la poliedricità della condizione professionale della donna.
Così, nel riferire sulla evoluzione del lavoro femminile in America – dove ormai la percentuale di occupazione femminile ha superato quella maschile - una recente ricerca partiva da un dato incontrovertibile: è decisamente fallito il tentativo di realizzare un effettivo equilibrio dei rapporti fra i “generi” nella gestione della casa e della famiglia. Da ciò, da questa presa d’atto, le stesse imprese che del lavoro femminile hanno bisogno, per la sua qualità specificità e non per fare numero, sono disposte a fare di tutto per render più semplice la vita alle donne: negozi negli uffici, parrucchieri e palestre negli uffici, nidi ed asili negli uffici ecc.
Da noi la situazione è un po’ diversa poiché di là dalla terminologia usata, cruda già nel lineare mondo del Rapporto ISTAT, il quadro non lascia spazio agli equivoci, ai trionfalismi del miglioramento delle condizioni di vita, all’ illusione ottica delle donne sempre più al volante di SUV invece delle Cinquecento, alla conquista di posizioni prestigiose fino a diventare magari direttore generale del Fondo Monetario Internazione, o Presidente della Confindustria o sindaco di Milano.
Nel quotidiano, andando a stringere, per le donne si tratta sempre di faticare, faticare, faticare chiedendo magari scusa e ringraziando uomini che si impegnano al massimo nel fare, nel dare una mano, nel portare in palmo di mano madri, figlie, mogli, compagne (soprattutto) salvo, poi, maltrattarle, abbandonarle, ucciderle nel crescente delirio delle varie nevrosi.
Si ripetono così riti di indagini ed inchieste, si sottolineano successi o arretramenti di volta in volta, senza preoccuparsi di cogliere i dati nella loro portata eversiva della valutazione e concezione del rapporto fra lavorare fuori casa ed essere casalinghe; si continua in questo modo ad alimentare un grosso equivoco che si trascina dietro pezzi importanti della condizione femminile. Continuiamo, infatti, ad identificare questa condizione con il fare i servizi, portare il bucato al ruscello, lavare pavimenti di mattoni grezzi, accudire bambini od anziani, cucinare; tutte attività trasferibili ad altre lavoratrici e quindi misurabili nel pesare, in caso di risarcimento ad esempio, il valore della casalinga.
Ed è facile, poi, concludere – anche in buona fede – che con gli elettrodomestici, le colf, l’aiuto dei mariti che per le singole operazioni cresce in modo esponenziale, tutto va a posto, marciamo verso la piena parità. E l’ISTAT può registrare come nell’ambito del lavoro in casa l’attenzione si vada spostando, per tempo ed intensità, verso la cura dei figli a scapito dei lavori casalinghi con un ulteriore miglioramento, si potrebbe ritenere, nella condizione femminile. Non è esatto, è riduttivo.
La famiglia/casa è un’azienda con regole ed esigenze manageriale di conduzione e che, come tale, postula una salda catena di comando in cima alla quale non può che esserci un solo responsabile (l’affido condiviso dei figli fa il paio con le lauree brevi).
Il responsabile gestisce questa azienda come un manager e già è un lavoro assorbente, faticoso ed impegnativo soprattutto se le risorse a disposizioni sono sempre decrescenti, proporzionalmente alla crescita dei bisogni da soddisfare.
Lavoro assorbente, tutto della donna e logorante a prescindere dalla dimensione dell’impegno fisico aggiuntivo per adempimenti tutti delegabili salvo quello principale assunto dalla donna storicamente, e forse anche culturalmente per l’intreccio col ruolo di madre.
E’ un lavoro che scandisce l’intero arco della giornata, con crescita come sottolinea l’ISTAT dell’impegno in investimenti (cosa farne dei figli, come indirizzarli ecc.) e che accomuna tutte le donne, impegnate su più fronti dovendo salvaguardare anche le proprie chance affettive in rapporti di coppia sempre più complessi.
Non è questa la sede nè l’intenzione di discutere su come modificare questo quadro complessivo che certamente si evolve da solo anche in positivo (un’analisi recente (apparentemente) scherzosa e di parte – l’autrice è una ragazza – colloca la parità fra uomini e donne sul lavoro nel 2065), ma non è chiaro in quale direzione. Così, ad esempio, non è chiaro proprio nel Rapporto ISTAT fino a quando potrà mantenere gli attuali livelli un’occupazione femminile – di giovani donne a basso reddito - che si basa, come poi diremo, sul ruolo di nonne, pensionate od attive, titolari di posizioni economiche e sociali che le prossime generazioni di nonne non potranno certamente mantenere. E potrebbe essere una delle prossime “bolle” ad esplodere.
Possiamo, però, rivendicare – e prima ancora indignarci – perché questo quadro così complicato, faticoso e stressante dovrebbe trovare contraltari e riscontri già in una Costituzione rivisitata che punti sul ruolo della famiglia come impresa piuttosto che come posto dove si fanno figli, in santità possibilmente, di cui sembra che ci si debba occupare “solo” fino in età scolare: tutti a pensare ai nidi, a conciliare vita di madre e vita di lavoro (per gli uomini vita di lavoro e di calcetto), fino all’aberrazione della riforma della tutela della maternità che ha trasformato il meccanismo di allontanamento dal lavoro a scopo di tutela della salute in un mezzo per poter fare qualche mese in più la madre a tempo pieno.
Al contrario, abbandonando questi stanchi riti e riconoscendo la dignità manageriale della occupazione della donna per la casa e la famiglia sarebbe possibile, innanzi tutto, ricostituire una categoria unitaria di donne che condividono sicuramente un lavoro di base, manageriale, salvo dedicare un’altra quota di attività lavorativa (sono migliori e più forti degli uomini e quindi possono dare di più) ad una occupazione retribuita o ad una maggiore cura manageriale ed operativa della casa, rinsaldando una solidarietà fra donne la cui assenza – il rapporto sembra anzi a volte di segno contrario - resta il tallone di Achille dell’intero “genere”.
Sarebbe possibile, poi, una lettura ed una tutela unitaria della condizione della donna nell’arco della sua intera vita. Una persona che, invecchiando, realizza eccellenti performance di mobilità professionale: da “”impiegata – manager - operatrice casalinga”” a “”pensionata – manager familiare- operatrice casalinga – nonna””, con una impressionante capacità di trarre dignità da questo mix, pur se disturbate dal meritato ed hobbistico riposo del coniuge anch’egli pensionato ovvero dal dover tenere accesi tutti i fuochi professionali: fare la nonna, curarsi come pensionata che deve stare bene, fare la moglie di pensionato, fare la madre di figli adulti in casa, fare la nonna e magari portare anche a spasso il cane.
Mansioni complesse e da svolgere tutte insieme, con una distorsione dei ritmi fisiologici della vita “consolata” da slogan terrificanti: non si è mai vecchi, la vecchiaia è condizione dello spirito, sei giovanile, mantieniti in forma per battere la concorrenza attorno a mariti sempre più arzilli, meno male che ha i nipoti che compensano il nido ormai vuoto ecc..
Fatica, insomma, su fatica; stress e responsabilità su fatica nel gestire, nell’educare, nel far quadrare comunque i conti di qualsiasi tipo.
Queste brevi considerazioni possono sconcertare per banalità ed ovvietà; ma non e’ nostra intenzione rivelare realtà ignote o cambiare il mondo. Questo mondo che, anzi, vogliamo ne fissato nella fotografia or ora scattate che ci serve riflessioni, confronti, scelte di campo in un discorso sul welfare che per i prossimi mesi ed anni rischia di mettere tutti contro tutti. Ce questo è il senso della esortazione di Emma Marcegaglia, non a caso una donna, che a fronte di bisbigli sulla flexsecurity ha il coraggio di dire che ci vogliono più investimenti e meno spesa corrente e, quindi, bisogna tagliare; tagliare, senza giri di parole, il welfare
Oggi si evoca la flexsecurity, termine magico con il quale si coniuga la flessibilità del lavoro, da non discutere, con un mondo di ammortizzatori sociali/prestazioni a sostegno del reddito che dovrebbero dare sicurezza di vita, ai giovani soprattutto, nel passare da un posto all’altro, da un lavoro all’altro. Senza comunque offrire soluzione all’equazione impossibile del sistema: come campare in flessibilità o in stabilità con retribuzioni “alte” di 1300/1400 quando si esaurirà il filone degli attuali nonni.
E comunque il mix di tagli e flexsecurity lascia intravedere dove si andrà a colpire nel campo sociale sicché non è inutile un esercizio che prendendo le mosse dalla lettura della condizione femminile che abbiamo richiamato all’inizio, ponga sul tappeto (anche) ciò che le donne possono e debbono attendersi dal welfare anche se rivisitato e ridotto ad un moncone.
Attesa che nemmeno le donne riescono ad esprimere dal profondo dei loro bisogni con una vicenda di cose perdute o sconosciute mutuabile da quella delle malattie professionali: note, note ma perdute perchè non denunciate, sconosciute..
Le donne ed il welfare.
A partire dall’aspetto più banale e marginale dell’assicurazione per gli infortuni sul lavoro delle casalinghe che nella logica che abbiamo ora richiamato dovrebbe essere estesa senza discussioni a tutte le donne che si occupano della casa pur se occupate anche fuori dalla casa in attività retribuite. E le tutele dovrebbero essere modellate sul fatto che queste persone hanno tante incombenze e la menomazione subita influisce variamente su tutto, reclamando quindi risposte modulari del sistema risarcitorio.
Andando per approssimazioni successive, è altrettanto certo che nel valutare il peso economico di una donna con doppia occupazione risarcimenti e indennizzi dovrebbero considerare questa duplice dimensione sempre e sistematicamente. Se l’ambivalenza della professionalità femminile è un dato - sollecitato dal sistema che si rivolge alla creatività delle donne per il lavoro, alla capacità delle donne per il welfare familiare - non è giusto – e alla lunga non è giuridicamente corretto - che nel valutarla come danneggiata si possa spacchettare questa condizione di ambivalenza considerandola solo per una parte.
Infatti, mentre come lavoratrice esterna posso reintegrare il patrimonio dell’interessata, al limite, con un risarcimento massimo, non mi sembra che in parallelo si consideri la necessità di risarcire la donna che per la contestuale perdita di capacità manageriale od operativa casalinga che pur appartiene per intero come valore alla stessa persona.
Analogamente, mal si comprende in questa prospettiva perché si debba risarcire la casalinga per questa sua condizione e non si debba considerare in modo adeguato la sua potenzialità di lavoratrice esterna, per non parlare del mancato risarcimento della stessa persona nella sua qualità e professionalità di nonna che si fa carico dell’intero welfare familiare (per quest’ultimo punto mi immagino già l’obiezione finemente giuridica, nel senso che danneggiata in effetti è la madre della nipote).
Certamente queste riflessioni sono prive di fondamento legale nell’attuale assetto dei meccanismi risarcitori: non lo sono sul piano dell’equità (sempre presente nel passato giuridico con Carnelutti, ad esempio) che parlava di un giudice che si ritira in camera di consiglio con i fatti, le leggi e la sua equità) e su quello giuridico qualora ci fosse un movimento di idee e di sollecitazioni analogo a quello che ha portato al riconoscimento di un danno biologico differenziato da quello patrimoniale.
Ed andiamo oltre, entrando per così dire nel vivo degli istituti e meccanismi previdenziali.
Istituti che sono ancora ben saldi nella visione manichea di una donna che o lavora fuori casa o lavora in casa, escludendosi a priori che in un mondo che incoraggia la flessibilità e la doppia occupazione ci siano dei soggetti occupati sistematicamente nella ditta X e nella propria famiglia come autorevole manager della stessa che, all’occorrenza, scende in campo addossandosi anche attività manuali senza nulla togliere alla sua dimensione manageriale.
Nessun riconoscimento, peraltro, per gli infortuni domestici delle casalinghe part time, nemmeno in termini di assicurabilità volontaria con oneri a carico della azienda familiare .
Nessun riconoscimento nemmeno come lavoro usurante dal momento che il decreto recentemente emanato dà molto spazio ai lavori faticosi e forse insalubri tipicamente maschili, ma omette di considerare che la donna sopporta nella sua duplice e sistematica attività uno stress ed un logoramento fisico senz’altro abnorme che avrebbe meritato ben altra battaglia politica a livello europeo per confermare il diritto (non l’obbligo) ad un pensionamento anticipato anche di un solo anno, per il forte valore simbolico che avrebbe avuto per la categoria.
Nessun riconoscimento, nemmeno in tema di malattie professionali ove le valutazioni sono rigorosamente limitate alla condizione della donna che lavora in senso classico con scarso rilievo per la condizione della casalinga che viene a contatto con fonti di rischio (nemmeo assicurate, del resto, per le malattie professionali).
Ci si commuove per la signora affetta da mesotelioma pleurico per contagio attraverso il lavaggio delle tute del marito ma non si fa nessun passo nessuno sforzo di fantasia giuridica per ampliare la tutela alle malattie professionali e per considerare tale l’esposizione non occasionale a certe lavorazioni di per se fonte di rischio.
Né vediamo in giro iniziative interpretative ed anche contenziose per affermare il diritto delle signore prima richiamate a vedersi indennizzato un mesotelioma pleurico contratto, come infortunio, nel provvedere alla pulizia degli abili da lavoro a Casal Monferrato.
Il discorso non cambia per quanto riguarda le ipotesi di occupazioni delle nonne, de nonni in generale anzi, che si fanno carico in modo sistematico e non occasionale della cura “professionale” di nipoti. Non sono tutelate come assicurate INAIL perché la grossa conquista della assicurazione casalinghe – osteggiata in modo incomprensibile dalle stesse interessate – si risolve in una tutela come sostituta colf e cioè per gli infortuni che avvengono nella casa e non per gli infortuni nell’esercizio delle attività di cura della famiglia in tutte le manifestazioni in cui si estrinsechi
Né basta, poiché pur senza travalicare dai confini di questi sommari spunti di riflessione, l’intero assetto della valutazione dei danni in infortunistica tine conto del collegamento fra lesione ed attività lavorativa classica senza considerare, se non nel generico coacervo del danno biologico – l’impatto della lesione rispetto alle restanti attività lavorativa della donna, a prescindere dalla considerazione – comune a qualsiasi danneggiato – della invalidità di cui nel complesso la donna è portatrice poi rispetto all’intero della sua professionalità.
Già immagino le obiezioni di quanti coglieranno la contraddizione di questi ragionamenti in quanto applicabili anche alla condizione del genere maschile lei rapporti fra lavoro e vita. Non lo è per chi, come me, ha dato per assodato, come cosa giusta e santa, che certe attività facciano parte – e senza discuterne, della condizione femminile rifiutando qualsiasi trappola del tipo “il problema è un altro” occorre una rivoluzione culturale nei rapporti fra uomo e donna.
Seriamente tutti danno per conclusa questa fase rivoluzionaria e dal canto nostro abbiamo anche avanzato l’ipotesi che forse la condizione manageriale di cui parliamo appartiene proprio alla donna. Siamo pertanto pienamente disponibili a riprendere il discorso a rivoluzione conclusa e vinta.
Ben altri sono poi gli scenari di welfare su quali la partita si giocherà, a cominciare da quello pensionistico nel senso che:
- Il sistema della assicurazione IVS è ormai nettamente contributivo;
- Le donne che lavorano fuori casa acquisiscono regolari contribuzione;
- Le stesse donne – e le casalinghe pure – ben potrebbero essere inserite in un sistema obbligatorio assistito che preveda versamenti contributivi per il tempo dell’attività casalinga da sommare agli altri per una pensione unica al compimento dell’età pensionabile.
Un sistema obbligatorio assistito perché in fondo sono le donne che garantiscono il valore supremo di ciascuna specie della sopravvivenza di essa con il proprio impegno a tutto campo e non sarebbe certo strano che la collettività di single, famiglie senza e con figli contribuisse a garantire una pensione congrua.
Altri potranno trattare della serie infinità di riflessioni sulla condizione della donna come persona che “lavora sempre”, pronti a riconoscere la fallacia del nostro assunto; purché non ci si ricordi che “il problema è un altro” , che siamo in marcia verso un radioso futuro di parità di cui nel Rapporto annuale dell’ISTAT non c’è traccia e nemmeno il sentore.