IL COMMENTO DI LUCE TOMMASI


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LE CRITICITÀ SU SALUTE E SICUREZZA EVIDENZIATE DAL RAPPORTO DELL'ANMIL TROVANO NEL CNEL L'ISTITUZIONE CHE PUÓ ATTIVARE PROPOSTE PARTECIPATE. LO DICE IL CONSIGLIERE ESPERTO SILVIA CIUCCIOVINO CHE FA IL PUNTO SULLA NORMATIVA

 

 

Tanti esperti e tanto interesse alla presentazione del 2° Rapporto sulla Salute e la Sicurezza sul Lavoro che si è tenuta questa settimana, a Roma, nella Sala del Parlamentino del CNEL, il Consiglio Nazionale dell'Economia e del Lavoro. L'opera, che è stata realizzata dieci anni dopo l'entrata in vigore del decreto 81/2008, analizza i principali interventi su questo tema del legislatore, della giurisprudenza, della prassi amministrativa e del mondo della ricerca. Partendo dagli esiti della prima edizione del Rapporto, il prodotto editoriale - unico a livello nazionale ed europeo - riporta l’andamento degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali di quest’ultimo anno. Sull'importanza e i contenuti del 2° Rapporto abbiamo intervistato la Professoressa Silvia Ciucciovino, consigliere esperto del CNEL nonché Prorettore per i rapporti con il mondo del lavoro dell'Università di Roma Tre, che è intervenuta alla presentazione. 


 

- Facciamo il punto sulla normativa. A dieci anni dal Testo Unico sulla salute e la sicurezza sul lavoro, quali i lati positivi e quali i lati negativi? 


Per quanto riguarda i lati positivi, c'è sicuramente una evoluzione dell'approccio normativo, che risulta meno formale e più sostanziale sul tema della sicurezza. Tanto è vero che avviene la piena responsabilizzazione del datore di lavoro e dell'organizzazione, un adattamento della normativa ai contesti aziendali. Il profilo negativo consiste però nel fatto che la normazione tende ad un grado di prescrittività  molto elevato, che non tiene conto della diversità dei contesti aziendali. La grande impresa è cosa diversa dalla piccola e le imprese che svolgono attività pericolose sono diverse, ad esempio, dagli uffici. Quindi un adattamento più flessibile della normativa alle diverse realtà è un traguardo che ancora deve essere raggiunto. E ritengo che possa essere difficilmente raggiunto per via normativa, ma delegando magari le parti sociali a fare fronte a questo sforzo di adattamento in un'ottica partecipativa.


- Entrando nel merito del 2° Rapporto sulla Salute e la Sicurezza sul Lavoro, qual è l'opinione del CNEL?

 

Il rapporto è molto utile perché dà uno spaccato completo sullo stato di attuazione della normativa, mettendo in evidenza luci e ombre. Da un lato l'abbassamento dei tassi infortunistici  - qui ci sono dati statistici molto interessanti - che però devono essere letti anche in relazione alle crisi economiche e quindi ad un asciugamento complessivo dell'economia e delle attività produttive italiane. L'aspetto positivo di questo rapporto è il fatto che ci dà una chiave di lettura realistica dei dati statistici, rendendoli sostanzialmente in accordo con quelle che sono le dinamiche produttive. Mi sembra che il rapporto sia anche molto utile perché contiene un aggiornamento sullo stato di attuazione della normativa in vari settori, tenendo conto delle nuove forme di lavoro: il lavoro autonomo, il lavoro agile, i lavori pericolosi e a rischio, a cominciare dall'amianto. In sintesi, ci suggerisce dei segnali di adeguamento. 


 

- Che tipo di lavoro sta facendo in questo momento il CNEL? 

 

Per quanto riguarda il CNEL, stiamo facendo un lavoro di approfondimento della contrattazione collettiva sul piano della sicurezza. Lo ha ricordato, nel suo intervento, anche l'on. Cesare Damiano (ministro del Lavoro tra il 2006 e il 2008, ndr). Avere una visione approfondita di quelli che sono i trattamenti previsti dai diversi contratti sui temi della salute e della sicurezza è fondamentale in un momento di forte competizione tra contratti collettivi. Il rischio infatti è quello di un abbassamento dei livelli di tutela, in relazione a fenomeni di dumping, che si giocano sulla salute dei lavoratori.


 

- Il CNEL ha presentato nel luglio scorso la sua Relazione annuale sulla qualità dei servizi offerti dalle Pubbliche amministrazioni centrali e locali a imprese e cittadini nel 2017. Come si inserisce il ruolo di questo organismo nelle tematiche del mondo del lavoro e in particolare come viene recepito il Rapporto dell'ANMIL? 

Nelle attività istituzionali del CNEL rientra innanzitutto l'attività di studio e di proposta e questo Rapporto offre a tale scopo un valore aggiunto notevolissimo. Essendo il CNEL una istituzione che vede coinvolte tutte le parti sociali, espresse ai massimi livelli, è un luogo dove è possibile fare quel discorso di adeguamento della normativa e di verifica dei punti in ombra, in un'ottica complessiva del Paese. Noi siamo impegnati esattamente su questo punto: le criticità, messe in evidenza dal Rapporto dell'ANMIL, trovano nel CNEL l'istituzione che può attivare proposte costruttive e partecipate. 

 


- Se dovesse inviare tre moniti a tre soggetti impegnati su questo tema, a chi li rivolgerebbe? 


È molto complicato. Innanzitutto chiederei al legislatore di avere una maggiore attenzione. Non mi sembra che il governo attualmente in carica abbia, nei suoi programmi, un intervento sulla materia della salute e della sicurezza. Questo Rapporto mette in evidenza che ci sono addirittura 20 decreti attuativi del Testo Unico che ancora attendono di essere emanati. Quindi il primo monito al legislatore è quello di dare luogo al completamento del quadro normativo. Invierei il secondo monito alle parti sociali per fare uno sforzo di razionalizzazione anche del loro intervento. Le parti sociali possono fare molto per rendere più flessibile questa normativa, anche in termini di proposta alle istituzioni. Per esempio lo stesso accordo Stato-Regioni, che vede la partecipazione anche delle parti sociali, può essere un momento di verifica dello stato di attuazione e di miglioramento della normativa. Manderei il terzo monito all'attività ispettiva. A causa della scarsa disponibilità di risorse, chiederei agli ispettori del lavoro di concentrarsi sulle situazioni di massima allerta, facendo uno sforzo di razionalizzazione e di concentrazione su quelle che sono le realtà nere del nostro Paese. 


- Nel suo intervento lei ha detto che, nonostante la corposa normativa esistente, la maggior parte delle aziende ispezionate non è in regola. Come è possibile? 


Secondo il sen. Maurizio Sacconi (ministro del Lavoro tra il 2009 e il 2011, ndr) la percentuale del 77% di non conformità alla norma è un dato addirittura basso. A me ha colpito perché mi sembra molto elevato. Sacconi ha detto questo nel suo intervento perché intende che l'attività ispettiva si debba concentrare su quelle che sono le realtà più a rischio e quindi ci si attende che, da questa verifica ispettiva, tutte le aziende risultino non conformi. A mio avviso è un dato molto allarmante avere un tasso di non conformità del 77% sulle verifiche ispettive, in una materia così delicata come la salute e la sicurezza, soprattutto nei cantieri che sono i posti più pericolosi. L'ispezione andrebbe sostanzialmente usata come una leva anche sul piano della prevenzione. Un utilizzo dunque più concreto di questo strumento dovrebbe essere visto in un'ottica preventiva e mirata sulle realtà effettivamente più a rischio e non necessariamente punitiva. 

 


- A fronte di un quadro normativo molto articolato, come quello italiano, si rischia di non tenere conto della legge. Lei stessa ha detto che occorre una razionalizzazione della materia. In quale direzione? 


Sì, occorre una razionalizzazione perché l'appesantimento normativo può condurre - come accade in molti luoghi di lavoro - ad un adempimento solo formale della legge. L'impresa, affannata a stare dietro a tutti gli adempimenti formali, può perdere di vista l'obiettivo della sicurezza. Quando parlo di razionalizzazione ovviamente non parlo di abbassamento dei livelli delle tutele per i lavoratori, ma di una loro realizzazione sostanziale e non solo formale perché, dietro l'adozione di un modello organizzativo per la salute e la sicurezza, ci deve essere la sostanza, non ci può essere solo la forma. Nella conduzione aziendale, deve esistere sostanzialmente una organizzazione interessata alla prevenzione e all'approccio globale alla sicurezza. 

 


- Lei ha affermato che la riforma del 2008 ha introdotto il concetto della sicurezza organizzativa, non solo rispetto ai lavoratori, ma anche rispetto all'organizzazione del lavoro. Ci spieghi meglio.


Esatto. Questo è il vero avanzamento, che peraltro crea risposte adeguate della normativa all'organizzazione, grazie ad un adempimento che non è formale, sul piano dei processi di verifica, in quanto incorpora la tematica della sicurezza in tutte le attività dell'impresa. Per fare questo bisogna avere un approccio sostanziale e non formale.

 

 

- I dati degli incidenti sul lavoro dello scorso mese di agosto registrano un trend negativo, nonostante la stagione estiva. Come commenta questo andamento? 


Purtroppo è così e questo deve portare ad interrogarci su cosa non funziona in un apparato normativo che comunque è avanzato ed è frutto di apporti di tutte le parti politiche. Si tratta del prodotto di un lungo processo, ma evidentemente - siccome la società si evolve più velocemente delle leggi - occorre una manutenzione di questo apparato normativo per renderlo più adeguato alle nuove istanze e ai bisogni di tutela. 

 


- Come docente, lei ha a che fare con i lavoratori del futuro e forse anche con futuri imprenditori. C'è attenzione, fra i giovani, per il tema della sicurezza sul lavoro?


Io insegno questa materia e quindi i miei studenti sono molto attenti al tema della sicurezza. Se dovessi parlare, in linea generale, i giovani sono sicuramente più interessati dei nostri padri a questa tematica, ma dobbiamo fare ancora molta strada perché nelle università, ma penso anche nelle scuole, non si dedica abbastanza tempo a questa formazione. Però qualche iniziativa - all'interno per esempio del mio ateneo - c'è per la sensibilizzazione degli studenti, in modo trasversale, sulle tematiche della salute e della sicurezza. Va fatto ancora molto. Bisogna partire probabilmente dai gradi inferiori delle scuole e fare una operazione di evoluzione culturale dei giovani, fin da piccoli, verso questa direzione. 

 

Pubblicato il 14 settembre 2018