IL COMMENTO DI LUCE TOMMASI


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COMUNICARE LA SICUREZZA A PICCOLI E GRANDI NELL'ERA DEI SOCIAL. INTERVISTA FIUME A MARCO STANCATI, IL PROFESSORE AMICO DELL'ANMIL CHE "TIRA FUORI GLI STUDENTI DAL BANCO E DAL BRANCO"

 

Consulente e formatore aziendale, esperto di comunicazione sociale, docente de “La Sapienza”, curatore di eventi. È il profilo di Marco Stancati, da sempre in prima fila alle iniziative che l'ANMIL promuove per la sicurezza sul lavoro. Lui si racconta così: "Sono un romano di Cosenza, calabrese di nascita e romano d'adozione. Condivido la vita con una moglie, due figlie, due generi, cinque nipoti, un cane e amici vari; di recente sono tornato alla fotografia e allo stupore dell'arte". La sua intervista si è tradotta per me in un'affascinante lezione e non avrei mai finito di ascoltarlo. Cercherò di sintetizzare alcuni contenuti, sicuramente non esaustivi di tutto ciò che il comunicatore mi ha "comunicato". Ma la cosa straordinaria è che, dopo un paio d'ore, è stato lui che ha ringraziato me per il tempo che gli ho dedicato. Le domande sono state come sempre dieci, ma avrebbero potuto essere molte di più. 

 

- Lei ha partecipato anche quest'anno alla premiazione del Concorso "Primi in sicurezza", promosso dall'ANMIL per le scuole di ogni ordine e grado. Che cosa pensa di questa iniziativa, che ormai è arrivata alla XVI edizione?

Non solo questo concorso è per me un appuntamento fisso, ma in passato ho realizzato tanti contest insieme all'ANMIL, sin da quando facevo il responsabile della Comunicazione dell'INAIL. Considero valida ogni iniziativa in cui c'è una partecipazione attiva di tutti gli interessati perché questo li induce a pensare e a tirare fuori la loro visione del problema e delle possibili vie di uscita. Non c'è modo migliore, per favorire l'apprendimento di qualcosa, che provare a farla. Quello che ci si aspetta da bambini molto piccoli o da giovani adolescenti è che, prima o poi, esca fuori quella idea fresca e vincente, che al grande professionista delle campagne sociali non viene più in mente. Ricordo che la migliore campagna sul lavoro è stata quella di una ragazza valdostana non ancora maggiorenne, Solange Pasquettaz, che prese spunto dal famoso caschetto giallo e, con un'idea geniale, rovesciò l'ottica, mettendoci dentro una copertina rosa e un neonato con sotto la scritta: "La sicurezza è vita". Anziché usarlo come deterrente, aveva trasformato quell'elmetto in un inno alla sicurezza come forma di vita. Il suo manifesto fu poi adottato dal Ministero del Lavoro per le campagne sulla prevenzione degli infortuni. 

 

- Che impressione le ha fatto vedere i bambini delle scuole dell'infanzia seduti in prima fila, nell'Aula Magna dell'Università "La Sapienza", proprio dove solitamente si collocano le autorità? 

È stato un momento bellissimo. I bambini che hanno interagito di più sono stati proprio quelli delle scuole materne insieme ai ragazzi delle scuole medie superiori: hanno lasciato cadere subito il problema della timidezza e della paura di esporsi in un ambiente ingessato. L'idea di far entrare questi giovani studenti nella più grande delle Università d'Italia e d'Europa è nata da un obiettivo: metterli subito in contatto con quello che sarà il loro futuro culturale e scolastico. In passato la premiazione del Concorso avveniva in un luogo nobilissimo, l'Aula dei Gruppi Parlamentari della Camera dei Deputati, che negli anni si è dimostrata troppo piccola per contenere tutti i ragazzi. E così ho messo in collegamento l'ANMIL con gli Uffici del Rettore, che si è reso subito disponibile. L'Università ha sempre più bisogno di aprirsi all'esterno e, come dico spesso, le aule non hanno più pareti. L'Università non è soltanto un polo in cui si scambiano conoscenze, ma un luogo che va condiviso con altri scenari. Occorrono forme di università diffusa perché la funzione degli atenei di oggi è di mettere in contatto con il sapere e di aiutare il navigatore digitale a selezionare gli spazi di cultura. 

 

Come si comunica la sicurezza ai giovani? 

Si comunica con il loro linguaggio. Io posso dire le cose più nobili, ma se il contenuto non trova un "come", per entrare nelle corde dei giovani, tutto resterà al di fuori di loro. I rapper ci sono riusciti. Oggi dialogare con i ragazzi è difficile - e non solo nel campo delle campagne sociali - soprattutto con le fasce adolescenziali nate dal 2000 in poi. Per farlo bisogna tirare fuori i loro miti. Per questo i rapper hanno funzionato. Attraverso il ritmo, sono riusciti a fare arrivare le parole e hanno dimostrato che esiste un "come comunicare", che si trascina dietro il contenuto ed entra nella pancia, prima ancora che nella testa. Per alcuni mesi ho seguito un gruppo di adolescenti nella loro comunicazione digitale e sui social e, per quanto possibile, nella comunicazione analogica. Oggi questi ragazzi, per sfuggire alle loro insicurezze, hanno una grande nicchia digitale in cui si possono rifugiare e che rappresenta un mondo completamente sconosciuto agli adulti. I genitori pensano di avere risolto il problema andando su Facebook insieme a loro, ma non sanno che, in quella fascia di età, soltanto il 30-35% usa Facebook - che ormai sta diventando un posto per anziani - e si rifugia invece in altre applicazioni sconosciute agli adulti. Gli adolescenti amano i messaggi che scadono entro le 24 ore e alcuni escono dalla loro stanza soltanto per andare a scuola. Ci sono ragazzi che non affrontano mai il dialogo con gli altri, se non attraverso una tastiera e uno schermo e arrivano persino a mangiare in camera, negando qualunque momento di socialità familiare. Soltanto così si sentono rassicurati, anche quando fanno cose pericolose perché mediate dalla tecnologia. A loro sembra di impadronirsi di un mondo al quale gli adulti non hanno accesso e questo li fa sentire forti, quando invece sono terribilmente esposti ad altri adulti che frequentano questo spazio e lo indagano per scopi non nobili. 

 

- Qual è la percezione nei social del tema della sicurezza? 

Sui social occorre trovare le modalità giuste per far passare i messaggi perché non c'è nessun contenuto di per se stesso vincente. Il pubblico dei social è più scattante e ha meno tempo. Per questo occorre trovare qualcosa che gli faccia aprire il tuo post, lo faccia cliccare sul tuo twitt e lo induca a leggere. È vincente soltanto ciò che trova il registro adatto al pubblico che si ha davanti in quel momento. Io cerco sempre di essere semplice e di dire cose complesse, riducendole a singoli passaggi. Ma ogni informazione, prima di essere trasmessa agli altri, deve essere chiara soprattutto a te stesso.È un lavoro molto difficile quello della divulgazione. Anche il migliore dei contenuti non invoglia i giovani ad entrarci dentro, se non è accompagnato da una immagine. Adesso la cosa che mi preoccupa di più, negli adolescenti, è il metodo di comunicare, che inizialmente è soltanto visivo. E questo spiega la grande fortuna di Instagram, che funziona così: "faccio una foto e la posto". I testi per i giovani sono una perdita di tempo, anche se in realtà, quando interagiscono fra loro, non si stanno scambiando le figurine, ma stanno dialogando, pur utilizzando il minimo delle parole, magari abbreviate, se il significato è scontato.  

 

- Quali sono le parole chiave della comunicazione sulla sicurezza? 

Le parole chiave sono quelle di sempre: prevenzione, innanzitutto. E poi c'è una parola "banale" che dicono spesso i genitori: fai attenzione. E a questo proposito ricordo un'altra campagna, soltanto testuale e senza immagini, basata sulla parola "attenzione", scritta in nero su fondo giallo. Il commento era questo: "Una parola che comincia per A e finisce per salvarti la vita". Una frase formidabile perché faceva riflettere su una parola semplicissima. Non dimentichiamo mai che questo nostro paese ha una struttura produttiva fondata sulla piccola e  piccolissima impresa, in cui il datore di lavoro il più delle volte muore insieme al suo lavoratore. L'attenzione è una cosa per tutti. Basta pensare a quanti di noi, nella vita quotidiana, si danno la cosiddetta "botta del cretino". 

 

- Lei dice di sé nella sua autobiografia: “Non sono un docente da cattedra, ma un facilitatore dell’apprendimento”. Che cosa vuol dire? 

Sono gli studenti che hanno fatto diventare questa frase uno slogan. Io tendo a tirarli fuori dai banchi perché, cambiando l'ottica e il punto di vista, cambiano anche le sensazioni. Lo scopo del mio corso universitario non è solo che gli studenti imparino  un mestiere specialistico, la comunicazione d'impresa, ma che imparino a costruirsi come esseri pensanti, ad apprendere velocemente e ad avere la capacità di aggiornarsi. "Io vi devo tirare fuori dal banco e dal branco": è la frase che dico sempre ai ragazzi e che è diventata uno slogan. Questo è il mestiere del formatore: dare una personalità che consenta di cambiare continuamente. L'Università non è una Scuola professionale, non deve preparare ad un mestiere, ma dare strumenti robusti di interpretazione della realtà e dei cambiamenti perché gli esami non finiscono mai. 

 

- Dal 2014 cura la sezione "Il futuro è già ieri" del Festival delle Generazioni. Questo titolo non è una contraddizione per un esperto dei social? 

È una citazione di mio padre. Quando è arrivato Internet, nella seconda metà degli anni '90, lui era ancora in vita e lo entusiasmava questa forte accelerazione della tecnologia. Mio padre è stato il medico di molti futuristi e coglieva nel loro pensiero il senso del dinamismo proiettato sulla velocità e il progresso. Per questo ho fatto mia questa frase, che sottolinea una accelerazione così forte per cui una cosa che, fino a poco tempo prima, era considerata fantascienza, poi è diventata realtà e, poco dopo, era già superata. 

 

- La sua prima volta con l'ANMIL?  

Come ho già anticipato, l'ANMIL è stata un mio interlocutore costante, da quando sono entrato all'INAIL come Direttore di Sedi Provinciali e Direttore Regionale, prima di diventare Responsabile della Comunicazione. Ho subito capito che la finalità era comune. La prima iniziativa importante che abbiamo fatto insieme io e Marinella De Maffutiis, Responsabile a sua volta della Comunicazione dell'ANMIL, è nata da un'idea che abbiamo avuto nel 2001: quella di sdoganare la disabilità e di portarla in televisione. È nato così un opuscolo satirico intitolato "Ridiamo!", che raccoglieva i disegni dei più grandi vignettisti italiani, da Ellekappa a Vauro a Staino. Ci furono opposizioni nette nel Consiglio di  Amministrazione dell'INAIL, ma io avevo l'appoggio della più grossa associazione di invalidi del lavoro per parlare del problema e portarlo alla luce. L'opuscolo alla fine uscì con i due loghi dell'INAIL e dell'ANMIL, venne stampato in 700.000 copie e distribuito insieme al Venerdì di  Repubblica. Fu un successo travolgente e, nonostante le critiche, contribuì a togliere dalla riserva indiana il problema della disabilità. Il processo fu lento e progressivo, ma il colpo magico arrivò nel 2006, con le Paralimpiadi delle Neve di Torino, quando suggerii alla redazione di "Porta a Porta" di invitare in trasmissione Simona Atzori, la ballerina senza braccia. Quella trasmissione ha segnato l'inversione di rotta della RAI rispetto alla disabilità. 

 

- Lei si autodefinisce un buon nuotatore e un pessimo portiere: ci sono dei colpi nella vita che non è riuscito a parare? 

Paravo i rigori, ma avevo difficoltà con i tiri da lontano perché mi distraevo. Diciamo che, nella vita, ci sono stati dei colpi che non ho voluto parare perché, di fronte ad un bivio, ho fatto altre scelte. Mi resta comunque la curiosità di avere preso una strada diversa e, se mi venisse data una doppia vita, andrei a vedere che cosa sarebbe successo se non avessi fatto quel percorso. Seguire sempre la stessa strada diventa un po' noioso. In tempi difficili come questi, mi dà fiducia il fatto di avere dei nipoti perché mi assicurano il senso della continuità e della storia che si ripete. Una sensazione bellissima.

 

- So che in questi giorni sta correndo tra Rocca Sinibalda, Milano e Reggio Calabria e sta seguendo un laureando all'estero che deve consegnare la tesi in queste ore. Quale la sua prossima meta? Ha un sogno nel cassetto?

Sono contrario ai sogni nel cassetto. Ho dei progetti. Ai sogni dò delle gambe e cerco di farli diventare realtà. Nel Castello di Rocca Sinibalda sto lavorando ad un progetto, intitolato "Endecameron", con lo psicoanalista freudiano Enrico Pozzi e l'antropologo Massimo Canevacci. Il tema che stiamo sviluppando, insieme ad alcuni artisti creativi, è: "Che cosa è successo l'Undicesimo giorno?". Ma il mio progetto principale è quello di continuare a dialogare con le giovani generazioni per essere figlio dei miei tempi sino in fondo. 

 


 

 

 

 

Pubblicato il 8 giugno 2018